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Gibellina Nuova

La nuova Gibellina, sorta sul modello delle città-giardino, ha una pianta ellittica e centrifuga, molti spazi aperti, un tracciato viario fuori misura, nessun centro aggregante dove convergano le strade, costruzioni a due piani che si aprono su vasti spazi pedonali.

Gibellina è adesso un museo vivo, un laboratorio di scultura contemporanea, dove le opere sono diventate riferimenti del percorso quotidiano, elementi di orientamento e differenziazione tanto più importanti quanto più la forma della città è dispersiva e sfuggente. Le opere stesso sono state donate dagli artisti e così si è costituita in pochi anni una collezione, l'unica di arte contemporanea in Sicilia, che anche per la sua attività espositiva rappresenta un centro di attrazione per la gente del trapanese e del palermitano.

 

A tutt'oggi Gibellina è un grande cantiere, un organismo che cresce e che muta: così come vanno crescendo le 3.500 palme che daranno nel tempo un volto più omogeneo e mediterraneo alla città.

 

Un laboratorio dell'utopia? Si, se è vero che l'utopia, come l'ha definita il filosofo Ernst Bloch, sta ovunque l'immaginazione faccia scaturire dall'orizzonte provvisorio e instabile del presente ciò che esso contiene di futuro. Vista dall'alto, la nuova Gibellina ricorda il profilo di un'enorme farfalla distesa al sole lungo il nastro si asfalto della vicina autostrada.
A un'auto che corresse da Palermo verso il mare africano di Mazara e di Trapani, sulla sinistra, all'altezza dello svincolo per Salemi, apparirebbe solenne smagliante la Stella di Pietro Consagra, un'altissima scultura "barocca e fastosa" che secondo un critico "rispecchia un atteggiamento che abbiamo notato presso gli Americani, gli emigrati che fanno ritorno dopo aver fatto fortuna oltre Atlantico".

 

Nelle giornate di sole, qui certo non rare, la STella, oltre che da porta del Belice ricostruito, assolve alle funzioni di faro, di richiamo luminoso per il fugace passeggero, perché abbandoni l'autostrada solitaria, perché cambi rotta, perché sosti a Gibellina, città delle Utopie realizzate, città-museo, città laboratorio.

 

Quale attività dell'intelletto umano può essere tanto gratificante da "inventare" su un candido foglio la pianta di una città che, nella mente e nel cuore del suo ideatore, è destinata a essere la più ideale, la più umana, la più felice?

 

E a tutto questo turbinare di sentimenti si aggiunga la legittima, e forse ingenua, convinzione di lavorare per la Storia, di progettare un futuro molto migliore del presente e del passato, di immaginare un progetto che non risponda soltanto al bisogno di costruire grandi infrastrutture, nuove strade ed autostrade, nuovi municipi, case, chiese, scuole ma che soprattutto diventi il volano di un coinvolgimento di massa in un esaltante "esperimento pilota di vitalizzazione di un'area depressa".

 

Per giunta, l'opera di ricostruzione - come sottolineò l'Ises, forse on troppo entusiasmo, nel 1972, cioè quattro anni dopo l'incarico - era destinata a trasformarsi per "volontà politica in un esperimento di pianificazione democratica, tanto più necessario trattandosi di zone e popolazioni fino a quel momento rimaste ai margini dell'attivazione politica, in condizioni ancora pesantemente influenzate da una storia antica e recente di miseria inerzia asservimento: zone e popolazioni le quali ben pochi benefici avevano tratto dallo sviluppo economico e civile della nazione nel dopoguerra e che, per la stessa tragicità delle catastrofi provocate dal sisma, avevano subito una brusca scossa degli antichi assetti economici e sociali, e perciò si presentavano in certo senso, più aperte alla possibilità di rinnovamento".

 

Gibellina Vecchia

Del paese contadino tradizionale Gibellina conservava l'identità architettonica, tutta giocata sul rapporto funzionale tra casa e strada, dimensionata l'una e l'altra sul declivio del suolo e sul passo dell'uomo e dell'animale.
La strada non era che il prolungamento della casa, uno spazio frastagliato da scale esterne e soglie prospicienti, un'appendice pubblica dell'abitazione privata. Le case, agglutinate lungo svolte e pendii, secondo le curve di livello altimetrico, avevano la muratura in pietrame informe o in conci squadrati.

Le facciate erano, a volte, imbiancate di calce. Più spesso nella loro scarna nudità lasciavano in più punti allo scoperto la tessitura delle pietre di tufo connesse dalla malta di gesso.

 

La povertà dei materiali lapidei si associava alla tenui tonalità dell'argilla, alla calda terracotta dei laterizi e dei vari elementi di raccolta, drenaggio e canalizzazione delle acque piovane. Embrici, doccioni e pluviali di creta disegnavano sulle facciate sobrie geometrie. Sotto la falda del tetto a tegole, appena più in basso dell'ultima fila di coppi, correva la linea di gronda, a volte inclinata, formata da una serie di canali, infissi al muro direttamente o sostenute da piccoli mattoni. Unità pluricellulari sovrapposte erano aggregate lungo le strade secondo moduli nastriformi, con rampe di scale esterne che rendevano indipendente l'ingresso alla stalla del piano terra da quello ai locali superiori. La maggior parte delle strade erano strette e piccole, quasi tutte asfaltate quelle in pianura, pavimentate con acciottolati o lastre di pietra quelle costruite in pendìo sulla dorsale della collina.

 

Gradinate e selciati di ghiaia favorivano il passaggio degli animali sui percorsi dove più accentuati erano i dislivelli.

 

Sul punto in cui il percorso stradale s'innalzava in salita, una pavimentazione lastricata con quadrettature di pietre disposte su gradini a piccola alzata (scalunera) ne mitigava il pendìo e facilitava la trazione degli animali e dei carri.

 

Una era la via principale, la "strada grande", Via Umberto: un asse più o meno regolare della lunghezza non superiore ai 15 metri, che tagliava il paese in due, secondo la direzione nord-sud.
La strata ranni era il centro fisico e simbolico, in teatro, il salotto, lo scenario degli incontri, dei traffici e delle cerimonie.

 

Un altro spazio urbano di significativa rilevanza sociale era la piazza della Chiesa Madre, slargo che si apriva ai giochi dei bambini, ai riti religiosi e alle pratiche cerimoniali, ma luogo anche di eventi e di conflitti politici. Qui aveva sede il Municipio, così che le due istituzioni del potere pubblico, quello civile e quello ecclesiastico, intrecciavano quotidianamente le loro funzioni. Una lapide sulla facciata del palazzo comunale ricordava i soldati gibellinesi caduti nei combattimenti della Grande Guerra. Altre lapidi, all'interno della chiesa, riportavano i nomi dei nobili e dei prelati benefattori.
Adiacente alla piazza Matrice, esisteva uno slargo che dava accesso ad una delle strade più strette del paese, la via Ciauri, più comunemente identificata come la stratuzza, lunga non più di cento metri, che correva parallela al corso principale e collegava la Chiesa Madre con piazza Mercato. Spazio appartato e protetto, lo slargo era il luogo preferito dai bambini per i giochi all'aperto.

 

La via Roma, comunemente indicata coma la strata di li cursi, era il centro nevralgico della festa di li schetti, organizzata il 25 marzo di ogni anno in onore della Madonna dell'Annunziata. Dal tratto in salita di questa strada si sviluppava la corsa dei cavalli che si concludeva su un percorso di circa 400 metri nella Piazza Mercato.

 

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